Quando ci siamo salutati l’ultima volta, è stata la definitiva. Anni dopo mi ritrovo qui a gu...

Come in un'eclissi - Undicesima Puntata del Racconto Incontrollato Come in un'eclissi - Undicesima Puntata del Racconto Incontrollato



Quando ci siamo salutati l’ultima volta, è stata la definitiva.


Anni dopo mi ritrovo qui a guardare quel letto, a cercare la prova che non sia stato tutto frutto di una brutta proiezione. In questi anni che sono passati in un lento sfiorire, il mare, quello immenso, indomabile, quello che avrei voluto cavalcare per raggiungerti, è diventato uno specchio dal quale riluce una storia che ha trovato spazio sugli occhi. Uno spazio che è un solco di lacrime aride, di parole prosciugate.


Quel giorno è arrivato quando i nostri corpi avevano appena finito di rimarginare i graffi, le ferite di una lotta che stritolava i muscoli costretti a eseguire gesti ormai inflazionati, meccanici. Avrei voluto spingermi oltre, farti male davvero per farti vedere che la bellezza che imprigionavi in te poteva uscire. Ma non ho avuto il coraggio. Il mio rimpianto sarà sempre qui, una compagnia silente che mi punge costantemente.


Una volta ti cercavo nei volti degli altri. Pensavo che la tua fuga potesse essere in qualche modo racchiusa in un’altra cornice. Ma se il mondo è un’imitazione nata dalle mani di chi conosce tutto, come posso immaginare io di ritrovarti, unico e uguale, in un’altra faccia.


Se fossimo stati un’eclissi? Io e te che diventavamo uno spettacolo meraviglioso solo quando ci nascondevamo a vicenda per poi tornare a percorrere strade parallele in diverso senso di marcia. Come Paolo e Francesca costretti a correre forsennati senza mai sfiorarci. Mi da un senso di pace immaginarti dall’altro capo del sistema solare. Io immerso nella terra fino alle ginocchia, tu con gli occhi su un piccolo pianeta in avanscoperta.


L’ultima volta che ci siamo visti tu non mi hai salutato.  Avevi gli occhi aperti, un bellissimo corpo pieno di dolore che stava per svanire, definitivamente. Io quel momento lo ricordo perché c’eri, eri tu, quello che al buio di una casa diventava incredibilmente timido, pensatore di nuovi inganni da gettare sulle vite altrui, per svegliarli dal tepore e dalle loro piccolezze. Perché se mi inquadrano avranno vita facile ma io voglio essere come un animale da caccia, quello che mi prenderà mi esporrà come un trofeo. Quel giorno avrò pace.


Sul costato il neo nero, sulle braccia le cicatrici, quelle vecchie, quelle nuove, quelle dell’ultima provocazione. Copriremo i tuoi capelli rossi, quegli occhi di speranze disilluse e le mani che volevano catturare l’attenzione di ogni anima che si avvicinava a te. Torneremo ad annoiarci, innamorarci, a vivere e camminare. Torneremo a chiederci il perché. Come hai potuto farlo. E tu forse starai domandandoti cosa sarebbe successo se, o forse stai solo dormendo ancora un po’.


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Incipit: C'erano 117 psicanalisti sul volo della Pan American per Vienna e io ero stata ...

Paura di volare di Erica Jong - SCHEDA Paura di volare di Erica Jong - SCHEDA


Incipit:

C'erano 117 psicanalisti sul volo della Pan American per Vienna e io ero stata in analisi da almeno sei di loro. E ne avevo sposato un settimo. 
Dio solo sa se dovevo ringraziare l'inettitudine degli spremicervelli in generale o la mia splendida, irriducibile resistenza all'analisi, ma sta di fatto che avevo ancora paura di volare, più di quando erano cominciate le mie avventure psicanalitiche, qualcosa come tredici anni prima.

Autore - Erica Jong

Titolo - Paura di Volare

Titolo originale - Fear of flying

Editore straniero - Holt, 1973

Editore italiano - Bompiani, 1975

Traduttore - Marisa Caramella

Pagine -340


Bandella:

Prima di Carrie Bradshaw in Sex and the City e di Anastasia Steele in Cinquanta sfumatura di grigio, c’era Isadora Wing, la protagonista disinibita ed esplicita del romanzo rivoluzionario di Erica Jong.

Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1973, Paura di volare ha destato da subito scalpore, alimentando le fantasie dei lettori e infiammando il dibattito sul sesso e le donne. John Updike  ha scritto che Isadora Wing “riserva al corpo maschile più parole gentili di ogni altro autore dai tempi di Fanny Hill”. Il racconto esuberante e sincero delle avventure – e disavventure – sessuali di Isadora, con le sue osservazioni penetranti su matrimonio, maternità  e ambizione, continua oggi a provocare e ispirare, restando un’icona della scoperta di sé e dell’emancipazione femminile.

Quote:
Ho il presentimento che questo libro diventerà un caso letterario, 
e che grazie a esso le donne troveranno la loro voce 
e ci regaleranno indimenticabili romanzo sul sesso, 
la vita, la gioia e l'avventura.
Henry Miller 

Incipit: Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro. Ma benché l'avesse presenti...

La casa del sonno di Jonathan Coe - SCHEDA La casa del sonno di Jonathan Coe - SCHEDA


Incipit:

Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro.
Ma benché l'avesse presentita da giorni e forse da settimane, nulla poteva placare l'ondata di rabbia e risentimento che gli stava montando dentro. Era lei dalla parte del torto, e s'era rifiutata di ammetterlo. 
Ogni argomento che lui aveva provato a opporre, ogni suo tentativo di mostrarsi conciliante e ragionevole gli era stato distorto, contorto e ribaltato contro.


Autore - Jonathan Coe

Titolo - La casa del sonno

Titolo originale - The house of sleep

Editore straniero - Viking, 1997

Editore italiano - Feltrinelli, 1998 (collana I Narratori)

Traduttore - Domenico Scarpa

Pagine - 312


Bandella: 

"Dormire, forse sognare, questo è l'intoppo!"

Gregory, giovane studente di medicina, va ben oltre l'adagio shakespeariano e ha la mania di spiare nel sonno altrui. Cosa c'è dietro la maschera del dormiente? Perché non strappargliela e restituirlo alla vita vera? Sono i primi anni Ottanta e Gregory vive, insieme ad altri studenti, ad Ashdown, una severa e centenaria costruzione in pietra che è un vero e proprio "castello di destini incrociati". Quello di Veronica, una gay volitiva e ultrapoliticizzata con la passione per il teatro; di Terry, che si occupa di cinema, dorme quattordici ore e da sveglio sogna di dirigere un film che richiederà cinquant'anni di riprese; di Robert, che al terzo anno di lettere,trascorre i suoi giorni sprofondato in un coma romantico scrivendo poesie d'amore per Sarah; e infine, appunto, di Sarah, intorno alla quale errori banali e piccoli equivoci insignificanti precipitano, inesorabili come una valanga verso l'abisso.

Dodici anni dopo, nell'estate del 1996, i ragazzi sono cresciuti, insieme ai loro talenti e alle loro ambizioni, e Ashdown si è trasformata in una clinica dove si cura la narcolessia, malattia che va debellata per restituire all'umanità un terzo della sua esistenza. Di qui gli oscuri esperimenti nei sotterranei e gli enigmi che si rincorrono alla ricerca di risposte inafferrabili, in un dormiveglia caotico che non conosce riposo.

Un romanzo feroce e arguto sulla gente comune e, anche, una stupenda storia d'amore impossibile. Un incrocio di sogni che si avverano e di visioni che scompaiono, un caleidoscopio di invenzioni narrative che talora commuovono e talora conoscono la grazia del comico.

Il romanzo degli occhi chiusi (il sonno che decide il nostro destino) e degli occhi aperti (gli sguardi che lo lasciano leggere).

Un anno fa, il 4 agosto 2014 , stavo vivendo un momento complicato. Stavo mettendo fine a una d...

4 Agosto: Auguri Normal Hero! 4 Agosto: Auguri Normal Hero!


Un anno fa, il 4 agosto 2014, stavo vivendo un momento complicato. Stavo mettendo fine a una difficile esperienza e mi sentivo totalmente senza forze. Avevo bisogno di una valvola di sfogo, qualcosa che mi lasciasse esprimere e, perché no, anche un po' sognare.

Jimi aprì una cartella del mio pc e vide un disegno, o meglio un collage e, mi convinse che era il caso di mostrare i miei lavori. Così improvvisamente decisi di aprire un nuovo tumblr. Il nome è stato semplice da trovare: Normal Hero. Per sopportare certe persone serviva un eroe, un eroe normale però. Ecco come è arrivato il nome.

Non voglio scrivere troppo oggi, in fondo la mia "creatura" compie solo un anno e non è ancora tempo di bilanci, voglio solo ringraziare tre persone:

Jimi
perché con tutto il tuo amore e senso critico mi hai sempre aiutato, supportato e permesso di migliorare e trovare nuove ispirazioni. Come fai nella vita di ogni giorno, così hai fatto in questo progetto di disegni. Del resto lo dico e lo ripeto, il vero artista di casa sei tu, perché la tua visione, creatività e magia non sono facili da trovare. Grazie per credere sempre in me.

Mouse
ti chiamo così anche se in quest'anno ho scoperto la persona che c'è sotto le due orecchie da topo e ho trovato un ragazzo meraviglioso. Ti ringrazio per le nostre discussione artistiche, per gli spunti riflessivi, per aver condiviso con me la tua arte e per aver accolto il mio progetto del Normal Hero con un entusiasmo senza pari. Ora non ci resta che collaborare, non trovi? Un grazie dal profondo del cuore a te che sei uno dei pochi artisti che conosce il potere della condivisione. Sei una persona sensazionale e un ottimo amico.

Andy
ebbene sì non potrei non ringraziare anche la mia prima musa, anche perché in questo collage di disegni di un anno credo potrai riconoscerti in un bel po' di disegni! Grazie per le chiacchierate e la musica, ma anche per l'Africa e gli scenari che hai portato in alcuni dei lavori che mi piacciono di più.

Ovviamente ora per il Normal Hero si aprono nuove sfide e voglia di crescere
Chissà cosa succederà, lo scopriremo... intanto: 

Buon compleanno Normal Hero!

Mi hanno detto che non posso volare . Mi sono fermato, incredulo. Sentivo le gambe libere li...

Non posso volare, mi hanno detto Non posso volare, mi hanno detto

iaki pedersen



Mi hanno detto che non posso volare. Mi sono fermato, incredulo. Sentivo le gambe libere librarsi nel vuoto, ma forse era solo immaginazione. Quando ho scoperto che non avrei mai potuto scorgere il mondo dall’alto mi sono fermato a guardare il mare. Il suo riflesso che racchiude il cielo, le nuvole, i miei occhi.

È come se lì dentro, in uno spazio confinato senza recinti, ci fosse tutta la mia esistenza. La mia esperienza sensoriale, quella primordiale fatta di tatto e vista. Ti specchi e pensi a quando credevi fermamente che l’infinto fosse il vagare della mente che fantastica mondi inesplorati e moti di perpetua rinascita sotto nuove vesti, nuove forme in divenire, senza angoli, solo fisionomie smussate, morbide come un morso, rassicuranti come una foglia che cade lenta ai tuoi piedi. Oggi, che il verde dell’iride diventa un’ombra mossa da onde soffici, capisci che tutto è lì. Una finzione proiettata sul gigante schermo increspato.

Quando perdi contatto con quello che vorresti essere e ti limiti ad essere chi potresti diventare senti che il mondo si scolla, come un libro perdi le pagine e non sai più rimetterle insieme. Tutto quello che facevi, camminare un passo alla volta, diventa una sfida. Gattoni, cadi. A volte hai una tale paura che ti blocchi, ginocchia in bocca. 

Quando chi sognavi di essere incontra quella sagoma che gli altri pensano che tu possa essere, tutto è come quella volta che hai capito che non potevi volare. Scopri il mare in un bicchiere, i tuoi occhi riflessi lì dentro. Uno sguardo prima infinito diventa mutilo, non va oltre il confine razionale. Chi ti ha detto che non puoi volare ti ha detto che non puoi credere nella forza del pensiero. Tu hai bevuto da quel bicchiere, hai risucchiato i tuoi occhi che sognavano, e hai creduto a loro. Eppure un giorno hai volato, con le gambe libere che si libravano nell’aria.

Madre Parto Madre parto. Parto perché brucia la terra sotto i miei piedi e negli occhi, nel cu...

Madre parto - Africa 2015 Madre parto - Africa 2015

normal hero

Madre Parto

Madre parto. Parto perché brucia la terra sotto i miei piedi e negli occhi, nel cuore, nel petto le mie preghiere vibrano di terrore.

Madre parto e lo faccio con i pugni in tasca. Lottare da una vita per la vita tutta la vita. Quando potrò avere vent’anni di nuovo?

No, non sogno. Questo mare immenso che mi divide dal poter credere in Dio è tutto ciò che vedo. Infinito, l’occhio si perde e lo accoglie per paura di non saperlo affrontare.

Non è vile il mio lasciare tutto. Non ho valige, solo tasche piene di pensieri. Lascio tutto ma un giorno tornerò da mia Madre, nella mia Terra dove il cielo è rosso come queste onde di sabbia in cui mi sembra di sprofondare, come se mi volessi tenere stretto a te.

Ho visto il mare, Madre. L’ho visto per la prima volta e oggi l’attraverso. In questa zattera di Medusa, sfido il destino. Non sono solo, siamo tanti, troppi forse. Ma come potremmo fare altrimenti.

A volte vorrei svegliarmi ed essere Dio. Vorrei guardarmi in faccia e interrogarmi. Le onde si infrangono, il mio viso è salato, assetato. Avrò abbastanza forza per tenermi in piedi quando questa distesa blu sarà finita?

Madre, sono ore che vedo solo cielo e il blu è diventato nero. Perdonami se ti ho abbandonato, ma è il mio unico modo per credere ancora. Per tornare un giorno e dirti grazie di quello che mi hai dato.

22 IV 15
dedicato a Andy


Questo incessante mare che accanto a te si muove ti fa sobbalzare. Gli occhi si chiudono alla r...

Un tuffo e uno specchio rotto Un tuffo e uno specchio rotto

Iaki Pedersen

Questo incessante mare che accanto a te si muove ti fa sobbalzare. Gli occhi si chiudono alla ricerca di immedesimazione. Un'ostinata corsa che diventa voglia di perdersi tra le piccole increspature bianche, tra il blu profondo dell'abisso. Hai provato a nascondere i tuoi pensieri, a farli incantare dall'andirivieni dell'acqua.
Quando vedi quell'orizzonte che si espande davanti a te vorresti solo avere la forza dello slancio. Catturare quel punto di terra che vedi lontano, come facevi un tempo. Come quando sognare era l'anticamera dell'obiettivo da raggiungere. Ora, solo un fastidio. Perché quando desideri la frustrazione ti assale e niente lacrime, niente dolore.

Aveva un'andatura imperscrutabile. Le sue mani nascoste dentro al cappotto, gli occhi incerti e poi soldati pronti a eseguire gli ordini per camuffare i pensieri. Aveva gambe incapaci di lunghi passi e voce silenziosa. Ti sentivi assoggettato a lui, tutti erano saliti sul treno, nessuno sulla banchina. Solo il vento di chi parte, solo l'aria che si muove e ti ricorda che sei l'unico fermo. Quante lacrime bruciate, quanto dolore sputtanato. Vorresti tornare indietro e preservarti, dare un senso a una nuova sceneggiatura. Ma in un attimo è primavera e tu cadi in letargo. Un orologio con un'ora in meno, sbagli e non tieni il tempo. Non fai quello che lui vorrebbe da te, perché non ne sei capace, perché ti sei perso in mille ruoli. Scatole chiuse una nell'altra, un labirinto in uno spazio angusto.

Ti dicevano di non fermarti. Se i piedi smettono di camminare non sapranno più dove andare. Ma ora sei lì. Una sigaretta che brucia pigra. In un attimo quell'ultima luce della sera ti bacia, delicata. Il cuore si interrompe dove iniziano a muoversi le mani. Il panorama invidioso annichilisce e tu sei l'immenso tralucere di bagliore. Un sole, un inverno nel petto. Un improvviso e insperato calore. Perché non sapevi d'esser bello, perché solo ogni tanto sapevi di essere vivo. Ti togli la maglietta, i pantaloni. Gli slip incollati alla pelle producono un rumore che è libertà, che è passione ritrovata verso te stesso. Sentirti nudo, vederti nudo. Tutto è nuovo, ma è incredibilmente rassicurante. Ti esponi al mondo, ripeti a te stesso che i piedi hanno il diritto di fermarsi per vedere nuovi orizzonti, per scoprire nuove terre.

Ti stringi il petto tra le braccia, questa ritrovata nudità ti imbarazza e ti elettrizza. Ti senti come un guerriero che sa lottare senza armatura, uno di quelli che ha braccia e gambe forti, ma che l'aveva scordato perso da come gli altri l'avevano dipinto. E coi polpastrelli sfiori i peli vicino ai capezzoli, stringi, ti fai male e mordi le labbra. Una mano sfiora le gambe, la pelle sente una presenza nuova, reagisce e diventa ruvida ma accogliente. Vorresti sdraiarti su questo mare come fosse un letto, lasciarti cullare un po' mentre esplori un corpo che era estraneo, a cui avevano impedito di affermarsi. Quando vedi il tuo riflesso capisci che quegli anni duri sono lì, tra i fianchi morbidi di nostalgia e i piedi incerti. Un tuffo. Lo specchio si è rotto. Nessuna ferita inflitta ora che sei tornato a crederci.
11 III '15